Messaggio
del Superiore Generale in occasione della festa del fratel Gabriele
In morte del fratel Gabriele
Lettera dalla Postulazione generale della causa "Il sigillo della missione" Omelia del fratel Raimondo alla festa del Fratel Gabriele Taborin Postulazione della Causa del Fondatore | FRATELLI
DELLA SACRA FAMIGLIA
CASA DI PROCURA GENERALIZIA
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“…Come sono belli sui monti
i piedi del messaggero di lieti annunzi” Is 52, 7
Carissimi Fratelli e amici,
Come ogni anno anche in questo mese di novembre
2006 desidero proporvi una riflessione su un aspetto particolare della
vita di fratel Gabriele,
nostro padre Fondatore. Lo faccio soffermandomi sul suo desiderio di
essere missionario in terre lontane, “missionario ad gentes”.
Questo richiamo mi viene suggerito da quanto in questi tempi il Signore
ha dato e sta ancora dando di contemplare nella nostra Congregazione.
Personalmente infatti, nella disponibilità di alcuni nostri Fratelli
ho visto lo slancio di evangelizzatore e di promotore dell’uomo
di fratel Gabriele. Li ho visti sereni nel lasciare la loro terra, il
loro mondo con le sue comodità, per recarsi dove c’è chi
soffre, sovente proprio a causa dell’egoismo di chi potrebbe con
poco sforzo, alleviare le sofferenze; li ho osservati coraggiosi nell’affrontare
il mondo nuovo con tutte le sue incognite, che li stava attendendo.
Ricordo brevemente questi avvenimenti, molto significativi soprattutto
per una piccola Congregazione come la nostra, perché ognuno di
noi ringraziando Dio per il coraggio e la generosità di questi
Confratelli, li accompagni con la preghiera e con l’appoggio fraterno.
Il 27 settembre tre fratelli della Provincia dell’Assunta (Spagna),
Fernando Cob, Saturnino Alvarez, Carlos Amor, sono giunti a Bucaramanga,
una cittadina nel nord della Colombia, per impiantare una nostra comunità,
desiderosa di trasmettere a quelle terre non sempre calme, la ricchezza
del nostro carisma taboriniano e il dono della loro presenza fatta di
preghiera, di attenzione a chi si trova in difficoltà, soprattutto
dei più piccoli, sovente vittime di un sistema ingiusto, e anche
portatori di offerte in denaro di tante persone generose, che con lo
stesso spirito di fratel Gabriele, vogliono contribuire, a loro modo,
alla missione dei Fratelli.
Qualche giorno dopo, e precisamente il 1° ottobre 2006 a Villa Brea,
si è svolto il “4° Incontro dei Campisti SaFa”.
Un simpatico raduno che ha richiamato tante persone giovani e meno giovani,
che hanno dedicato e stanno ancora dedicando parte del loro tempo e delle
loro forze per tessere rapporti di amicizia e per aiutare molti giovani
a guardare con speranza il loro futuro.
In quell’occasione si è anche rivissuta, con la presentazione
del libro biografico della scrittrice Cristina Siccardi, la vita e l’opera
di un grande missionario, figlio spirituale di fratel Gabriele Taborin,
uno di quelli che ha interpretato con vigore il suo senso missionario,
fratel Silvestro Pia, che per 46 anni in Burkina Faso ha trasmesso con
la testimonianza della vita, fatta di sorriso, di attenzione, di accoglienza
al povero, di insegnamento ai giovani, di sudore e di sofferenze, il
carisma taboriniano. La presenza di tanta gente ai suoi funerali è stata
certamente la conferma che qualcuno ha voluto loro bene e che per loro,
soprattutto per i più poveri ed abbandonati, ha speso la sua vita.
L’ultimo richiamo “missionario” lo stiamo vivendo in
questi giorni a Roma, nella Curia generalizia, dove un giovane Fratello
argentino di 29 anni, fratel Miguel Del Corro, sta trascorrendo alcuni
giorni prima di trasferirsi nelle Filippine, presso la nostra comunità di
Lasang, per continuare il cammino missionario tracciatoci da fratel Gabriele
Taborin, con quello stesso spirito da lui vissuto, e che incontriamo
in alcune sue lettere al Vescovo mons. Joseph Crétin, in occasione
del l’invio di quattro Fratelli nella diocesi di S. Paul nel Minnesota
(USA).
Rileggiamo insieme alcuni paragrafi della sua prima lettera, scritta
il 27 febbraio 1854, dalla quale sprigiona con evidenza e forza il suo
grande desiderio di essere missionario:
…Come sarei felice se qualche mio Fratello andasse a lavorare, sotto la
saggia direzione di sua Eccellenza, nella porzione di terra che le è toccata
in sorte nel campo del Padre di famiglia, e portare così il buono odore
di Gesù Cristo al di là dei mari. Se la mia età ed i legami
indissolubili che mi obbligano a rimanere nella sede della nostra Società non
me lo impedissero, sarei io stesso il primo a rispondere alla sua chiamata pastorale,
così lusinghiera per la nostra Congregazione, che del resto Dio si compiace
di benedire. Personalmente ambisco di più il titolo di catechista nelle
missioni straniere che tutti i titoli di dignità umane.
Questo per dirle, Monsignore, quanto io sia desideroso di mandarle un gruppo
di Fratelli catechisti e maestri, persuaso che col soccorso della grazia divina
e l’assistenza dei suoi consigli paterni, potrebbero fare un gran bene.»
Nella lettera del 25/10/1854, esprime al Vescovo
le sue speranze, i suoi desideri, la sua volontà ed il suo cuore
di padre, preoccupato per i figli:
" Monsignore,
… I quattro Fratelli che le avevo promesso lasciano oggi la nostra Casa-madre
per venire a San Paolo; voglia, Monsignore, accoglierli con la sua bontà paterna.
Senza cessare di essere membri della nostra Società e figli miei in religione,
diventeranno suoi.
… La prima lettera che ebbi l’onore di inviarle, in data 27 febbraio
scorso, riportava le condizioni per l’invio dei nostri Fratelli. Spetterà a
lei, Monsignore, provvedere a tutti le loro necessità, al loro mantenimento
tanto in malattia quanto in salute, ed alle loro spese di viaggio nel caso, per
qualsiasi ragione, fossero obbligati a ritornare in patria.
È mio ardente desiderio che possano erigere nella sua città episcopale
un nostro Noviziato per fornire non solo dei Fratelli per la sua diocesi, ma
anche per tutte le altre diocesi dell’America, il tutto secondo i nostri
Statuti di cui i Fratelli le consegneranno un esemplare.
… Si potrebbe pure, Monsignore, fondare un piccolo convitto, e farlo funzionare
col noviziato; offrirebbe alcune risorse economiche per aiutare l’opera.
Ella, Eccellenza, saprà saggiamente sistemare ogni cosa per il meglio,
e saprà tirare fuori il meglio dai nostri Fratelli, assegnando a ciascuno
le funzioni alle quali dovranno dedicarsi. Spero che trovi sempre in essi dei
figli obbedienti.
I quattro Fratelli che le mando, Monsignore, vengono in America col desiderio
di fare il bene; hanno accettato la loro missione con grandi sentimenti di
fede, e hanno mostrato grande devozione per fare il bene al di là dei
mari, sebbene costi loro allontanarsi, per sempre, dai loro genitori, dai loro
confratelli e amici e dal loro paese. Mi auguro che tutti possano ambientarsi
nel suo.
Spero che Dio conceda loro le grazie di cui hanno bisogno, e che perseverino
nella loro santa vocazione. La prego di vegliare, Monsignore, affinché le
suggestioni del demonio, o le attrattive del guadagno e delle altre cose di
questo mondo, non li abbaglino, come purtroppo è capitato a sacerdoti
e a religiosi di altre Congregazioni. Prego che una tale disgrazia non capiti
mai ai nostri Fratelli; mi causerebbe il più grande dei dispiaceri e
preferirei, sebbene li ami tanto, vederli morire prima della loro partenza,
piuttosto che mandarli nel suo paese, se dovessero cadere in una simile apostasia.”
Le nostre Costituzioni raccolgono questa eredità spirituale.
C’è come un filo ininterrotto che va dal Fondatore ai giorni
nostri, portato avanti da tanti “Fratelli missionari” che
in luoghi di “missio ad gentes” innalzano ancora oggi la
fiaccola dell’evangelizzazione, e il dono del mistero di salvezza
che è Cristo (cf. Ef 3, 1-3.5-12).
Questi nostri Fratelli ci ricordano quotidianamente che anche noi dobbiamo
essere missionari dove viviamo, e ci invitano ad elevare lo sguardo verso altri
orizzonti di evangelizzazione, dove il carisma di fratel Gabriele può offrire
il dono della fraternità, della concretezza del suo ideale nazareno,
e dell’annuncio esplicito e forte del mistero di salvezza che è Cristo
e il suo Vangelo.
Oggi con gioia riconosciamo che anche molti laici, sono entrati in questo spirito,
e la loro partecipazione alle nostre missioni in Burkina e in Ecuador, lo confermano.
La speranza che abbiamo, e l’augurio che facciamo, è di vederli
presto anche collaboratori nelle Filippine, in India ed in Colombia.
Tutti dobbiamo ravvivare ogni giorno il nostro impegno ad “essere missionario” là dove
siamo. E lo possiamo fare con la nostra fraternità, con la nostra parola,
annunciando la buona notizia di uno stesso Padre, che ci fa fratelli, e ci
ricorda che la prima frontiera da oltrepassare è quella del nostro egoismo,
del nostro rimanere chiusi su di noi, e che se vogliamo percepire l’orizzonte
del suo Regno dobbiamo alzare lo sguardo fino a Dio e non fermarci alle frontiere
della terra.
Con il Fondatore viviamo la certezza evangelica che tutto quello che facciamo
ad un nostro fratello lo facciamo a Dio, e che quindi merita anche il sacrificio
della vita.
Fr. Lino Da Campo
Superiore Generale
24 novembre 2006:
142° anniversario della nascita al cielo di Fr. Gabriele Taborin
La morte di fratel Gabriele
( riflessioni nel 24 novembre 2004 in margine allo studio biblico su Giobbe) “Egli era un uomo giusto che temeva Dio. Integro e lontano dal male.!” (Gb1,1) L’inizio del libro di Giobbe è anche la carta di identità di Gabriele Taborin. Come il personaggio biblico, anche il nostro si spegnerà attorniato dai suoi numerosi figli spirituali, in pace con se stesso, con il suo Consiglio generale e con l’autorità ecclesiale. Come il vecchio Simeone, egli canta il “Nunc dimittis”, ora che ha visto le opere di Dio, quel Dio con il quale e per il quale ha giocato la partita della vita. Dagli smacchi iniziali, cocenti, ma onestamente da leggere come inevitabili sconfitte di una fondazione avventurosa, a volte ingenua e spericolata, agli insuccessi meno eclatanti ma più corrosivi delle defezioni dei suoi Fratelli e delle non infrequenti umiliazioni davanti a parroci e sindaci. La vergognosa calunnia di omosessualità che gli merita la sfiducia a vita del Governo francese, il sogno spezzato delle missioni lontane, il fallimento della Trappa mitigata, l’ostruzionismo a volte ottuso di una parte del clero e dell’episcopato, sono i pesanti macigni piombati su di lui come le famose disgrazie di Giobbe. Anno1864. Siamo alla fine. Sgorga il canto del ringraziamento ed il sublime inno alla carità fraterna, tema della circolare di luglio. Riemergono come catarsi senile e a chiusura del cerchio ideale dell’esistenza i simulacri di Belleydoux, la scuola di campagna, le campane e la devozione a S.Anna con la fondazione dell’Arciconfraternita. Nell’ultimo incontro con i suoi Fratelli nel ritiro spirituale autunnale, Gabriele va all’essenziale perché gli mancano il tempo, le forze e la voce citando testualmente Giobbe: “Schivate il male: questa è la vera intelligenza” (Gb 28,28) Lui, Gabriele, che “senza troppa scienza e senza eccessivo discernimento” (Gb 42,3) aveva buttato il cuore al di là del fossato, fondando un istituto così inusuale fidando ostinatamente in quella convinzione:“se quest’opera viene da me morirà presto, ma se viene da Dio, Egli saprà farla vivere”, ora, di fronte alla morte, affronta serenamente il giudizio di Dio, dei suoi Confratelli e della Storia. Le gioie, i trionfi e i riconoscimenti: Roma, Carlo Alberto e le lettere entusiastiche di centinaia di parroci rapiti dalla felice intuizione di un carisma senza precedenti, avevano per lungo tempo sopito il pensiero dell’ineluttabile fine. Quasi che il singolare mandato di rimanere “superiore a vita” gli conferisse anche il dono dell’immortalità. Ora, però,. in questo uggioso novembre di sofferenza e di umiliante inefficienza in un letto di dolore, anche l’eroe viene richiamato bruscamente all’ineluttabile conclusione. Riposa in pace! Il corale struggente che chiude la Passione secondo Matteo di Bach di fronte all’Uomo-Dio inchiodato ad un palo, (usato anche da Pasolini nel suo film sul Vangelo), coglie sul volto del defunto l’infinita stanchezza di un uomo che ha speso tutto se stesso per gli altri, ma nel contempo svela già, dietro i tratti del viso ormai disteso nella serenità della morte, la gioiosa certezza del premio: il volto di Dio radioso e affascinante. Di questo santo volto, “la sofferenza e la morte ne hanno sentito parlare” (Gb 28,22). Ma solo all’ultimo minuto si scoprono le carte e si vince la partita. Dio viene finalmente incontro al suo servo. Ora Gabriele esclama come “il paziente” della Bibbia nel suo tormentato epilogo: “Io ti conoscevo per sentito dire, ma ora i miei occhi finalmente ti vedono” (Gb 42,5). Riposa in pace, finalmente!Venerabile fratel Gabriele prega ora per noi! Carissimi Fratelli e voi tutti, Membri delle “Fraternità Nazarene” Sabato scorso, 15 ottobre, in Piazza San Pietro, nell’incontro con 150.000 ragazzi e ragazze che si stanno preparando alla prima comunione, il papa Benedetto XVI, parlando della sua prima Comunione, disse “…Mi ricordo bene del giorno della mia prima comunione. Era una bella domenica di marzo del 1936, quindi 69 anni fa. Era un giorno di sole, la chiesa molto bella, la musica, erano tante le belle cose delle quali mi ricordo.” Ascoltando quelle parole mi sono venute alla mente altre parole, quelle di fratel Gabriele, quando nella biografia parla della sua prima Comunione: “Ebbi la felicità di fare la prima Comunione ad undici anni, nella chiesa della mia parrocchia natale, il giorno della festa della Santissima Trinità. Mi ero preparato a questa celebrazione con un ritiro. Quel giorno non si è mai cancellato dal mio cuore: vi ha lasciato dolci e religiosi ricordi.” Anche se l’“Anno dell’Eucaristia” è ormai chiuso, in considerazione che le belle iniziative vanno oltre le date di calendario, mi sono chiesto se non era il caso di riprendere con voi la riflessione sull’Eucaristia. E di farlo sfogliando il diario della vita di fratel Gabriele Taborin, soffermandomi sul suo rapporto con Gesù Ostia. Lo so che sono riflessioni che certamente più di uno di voi avrà fatto nello scorrere dell’anno ormai trascorso, ma credo anche che possano ancora aiutarci ad approfondire il senso del nostro rapporto con il Cristo presente nel tabernacolo, a ringraziarlo per questo grande dono, e a non dimenticare che, come ci dice fratel Gabriele, nel tabernacolo il Cristo ci attende per aiutarci nei momenti difficili, per ridarci la pace nei momenti agitati, per infonderci coraggio e gioia quando ci dimostriamo disponibili ad essere anche noi “dono per gli altri.” Percorrendo il cammino spirituale di Gabriele, una prima realtà che scopriamo, è quella di trovarci di fronte ad un uomo dell’Eucaristia. Un uomo che ha fatto dell’Eucaristia il punto di riferimento della sua vita. Le radici della sua pietà eucaristica le troviamo già nella sua infanzia. Fratel Frédéric Bouvet, suo primo biografo, ce lo riporta nel manoscritto B, quando ci dice che dapprima sua madre e dall’età di sei anni il parroco Giuseppe Rey incrementò il suo amore verso Gesù Sacramentato. Il buon parroco infatti conduceva il piccolo Gabriele davanti all’altare per fargli il catechismo e gli diceva: “Bambino mio, ecco là il tabernacolo. Ebbene, là c’è Dio; noi non possiamo vederlo, ma egli ci vede. È per questo che bisogna essere molto saggi.” Colpito da questa grande realtà, il ragazzino Gabriele cominciò ad assistere tutti i giorni alla santa messa. Le testimonianze dei suoi coetanei di Belleydoux ci ricordano poi che i suoi giochi infantili con gli amici pastorelli avevano come centro d’interesse l’Eucaristia: costruiva altarini, confezionava paramenti liturgici con la carta, organizzava processioni, celebrava “messe bianche”, faceva omelie... Ci riferiscono anche che trasformò la sua camera in cappella, “dove aveva costruito una specie di altare, e che qui riuniva i ragazzini del paese e simulava i riti della messa.” A queste sue iniziative aggiungeva quelle che il parroco gli affidava: insegnare ai più giovani come si doveva ricevere il Corpo del Signore, come si doveva tenere il capo, la posizione delle mani…Per la prova portava anche le ostie. Anche le forme esterne erano per Gabriele un modo per dimostrare di sapere chi si andava a ricevere. Da giovane continuò a fare di Gesù Sacramentato il centro della sua spiritualità. E le funzioni che accettò di svolgere in parrocchia, d’insegnante, di cantore e di sacrestano, di “clerc”, erano per lui occasione per stare vicino a Gesù Sacramentato. Si industriava per rendere la chiesa e l’altare sempre più decorosi e degni dell’Ospite Divino; voleva suscitare in chi entrava il più grande rispetto per il luogo sacro. E durante le funzioni richiedeva ai ragazzi, anche con una certa severità, un comportamento corretto e serio. L’Eucaristia ha avuto un ruolo determinante sia nella sua vocazione, sia nell’ispirazione carismatica e sia nelle sue opere. Dopo i primi fallimenti come fondatore di un nuovo Istituto, che si doveva occupare della formazione della gioventù sbandata e anche della cura della casa di Dio, Gabriele non ha accantonato i suoi ideali apostolici. In attesa di potere realizzare il suo progetto si dedicò, da solo, a questo ideale. Mons. Devie, vescovo di Belley, che lo conosceva bene, e che apprezzava anche le sue doti di apostolo, lo nominò “catechista itinerante”. I parroci gli affidavano la preparazione ai Sacramenti della gioventù, soprattutto la preparazione alla prima Comunione, momento fondamentale per la formazione spirituale di una persona. Gabriele conservò un ricordo molto bello di quella esperienza: “Mi applicavo a questo santo esercizio con una specie di felicità e, al tempo stesso, mi preoccupavo di dare la più grande solennità possibile alle prime Comunioni dei ragazzi, che io preparavo con un ritiro a questo grande evento, col quale il bambino devoto riceve già da piccolo la caparra della vita eterna. Nelle mie esortazioni li incoraggiavo a ricordare ogni anno, con pio ardore, l’anniversario della loro prima Comunione: è quello che ho sempre fatto io stesso.” E questo aspetto del suo apostolato lo sottolineò come punto importante alcuni anni dopo, quando, in un momento di difficili rapporti con il vescovo di Chambéry, mons. Billet, che dietro pressioni di alcuni parroci, gli aveva proibito di predicare nella cappella di Tamié, così gli scrisse: “…Vi ho più volte parlato, Monsignore, della forte attrattiva che ho sempre avuto per insegnare il catechismo ed esortare la gioventù ed i fedeli… Ho organizzato trentasei ritiri di prime Comunioni, di cui dieci a Belley…” Fratel Gabriele realizzò la sua vocazione di Fratello e la sua specifica missione carismatica facendo di Gesù Eucaristia il centro dell’attenzione della sua Congregazione, una delle note dominanti della sua spiritualità. La sua Congregazione nacque da una storia eucaristica, e l’Eucaristia rimarrà centrale nell’azione pastorale del suo Istituto. Infatti, per fratel Gabriele, il FSF è un religioso laico come gli altri, ma nello stesso tempo diverso. Come uomo lavora da laico immerso nel mondo, ma con l’anima di un monaco, che si è legato a Dio, che opera per la sua gloria, che ha messo il Cristo presente nel tabernacolo al centro della sua vita. E questo lo voleva come segno distintivo della sua Congregazione. Ascoltiamo quanto lo stesso fratel Gabriele scrisse a proposito della sua vocazione in una bozza della sua biografia: “Fin dalla mia giovinezza pensai quanto una Società religiosa di Fratelli, che avesse lo scopo di istruire i giovani ed al tempo stesso quello di servire nelle chiese, di cantarvi le lodi di Dio, sarebbe stata utile avrebbe potuto rendere servizi. Cercai invano e non riuscii a trovarne alcuna di questo genere in Francia…” E allora pensò di fondarla. La sua esperienza di laico a Belleydoux fu certamente determinante per la sua scelta. Tutte le Congregazioni di Fratelli nate in Francia nel diciannovesimo secolo hanno più o meno la stessa missione: ricristianizzare la Francia del dopo Rivoluzione, a partire dalla scuola. La loro fisionomia interna però è differente. Ci sono sfumature importanti. Per la Congregazione ispirata a fratel Gabriele dallo Spirito Santo, una di queste “importanti sfumature” è proprio la “cura degli altari”. E la “cura degli altari”, l’impegno e la gioia di dedicarsi a rendere sempre più dignitosa la dimora del Signore in mezzo a noi, è stato uno dei fattori che, nonostante i fallimenti iniziali, ha portato fratel Gabriele a rifiutare ogni offerta di fusione con altri Istituti religiosi e ad insistere per fondare il suo Istituto: “I Fratelli della Croce non si incaricavano delle chiese...” La Congregazione dei Padri Maristi “non avrebbe lo stesso scopo”, … afferma fratel Gabriele. E fratel Amedeo, suo primo successore, conferma che rifiutava tutte le proposte perché “queste non prevedevano di dedicarsi al servizio delle chiese e alla cura degli altari, dove c’è la presenza di N.S. Gesù Cristo”. E aggiunge una frase molto significativa: “È all’amore del pio fratel Gabriele per Gesù-Ostia che è dovuta la creazione del nostro Istituto.” E parla anche della grande gioia che il Fondatore provava quando poteva consacrare qualche Fratello alla cura degli altari. “Non appena ebbe qualche Fratello a disposizione lo mandò per il servizio alla cattedrale di Belley e fu felice quando, più tardi, poté mandarne in alcune grandi parrocchie di Parigi ed in altri luoghi.” In fratel Gabriele tutto nasce e si rinvigorisce nel suo rapporto intimo con l’Eucaristia: la sua vocazione, la sua religiosità, il suo zelo per il bene materiale e spirituale del prossimo, il suo carisma di apostolo, le sue opere. Nelle sue annotazioni, riportate sul libro dei conti, leggiamo la sua gioia per l’autorizzazione che il Vescovo gli aveva concesso ad aprire una piccola cappella nella casa di Belmont e a conservarvi l’Eucaristia. La definisce “cuore della comunità”. E non tralascia di sottolineare, come un momento importante, il resoconto della prima comunione di sei convittori celebrata in quella cappella. In conformità al suo ideale che era quello di servire Dio per primo, e possibilmente sempre bene, non esitò a imporsi grandi sacrifici. Dovendo per necessità ingrandire la Casa Madre di Belley, volle rimettere a nuovo anche la cappella della Sacra Famiglia, cuore della casa. Per realizzarla fece un grande sacrificio: la vendita dei diritti d’autore del libro “L’Angelo guida dei pellegrini d’Ars”. Il suo biografo sottolinea che: “Niente era mai troppo bello, secondo lui, in fatto di cappelle o chiese, ornamenti e vasi sacri… ed il suo rammarico era di non avere ornamenti abbastanza ricchi, né vasi sacri abbastanza degni della Maestà suprema, ma vi suppliva con la sua pietà.” Fratel Frédéric ci ricorda ancora che “la divina Eucaristia costituiva il suo godimento. Si avvicinava alla Comunione ed al santo altare con il più grande rispetto e la più profonda umiltà, ma anche con l’amore più ardente e la più assoluta confidenza.” “Apprezzava e desiderava fare gustare la felicità di una comunione ben fatta che può santificare un’anima, ma era spaventato da una comunione indegna. Il religioso santo, -soleva dire-, freme in tutte le membra del suo corpo e non pensa che a preservarsi da una tale disavventura.” Fratel Amedeo Depernex raccontava che più volte, “quando doveva trattare qualcosa di particolarmente importante portava in cappella anche i suoi scritti, e li depositava sull’altare davanti al Santissimo, per raccomandarli alla bontà e alla potenza di Nostro Signore Gesù Cristo.” Alcune volte, di fronte a decisioni importanti da prendere, invitava i novizi più pii a prostrarsi davanti al tabernacolo per chiedere lumi per il loro Superiore. Fratel Gabriele ha fatto dell’Eucaristia la fonte di amore dalla quale attingere quella carica di carità ardente che gli permetterà di avere il coraggio e la forza per superare tutte la difficoltà. Un suo discepolo ha testimoniato che il tabernacolo era per lui il centro più attraente ed irresistibile della sua vita. E che di giorno e di notte vi passava davanti ore. Fratel Ignazio aggiunge quello che più Fratelli hanno costatato: “In viaggio l’ho visto mandare i suoi Fratelli a riposarsi in albergo, mentre egli si recava in Chiesa.” Dalla vita eucaristica e dal contatto con Gesù Sacramentato attingeva la capacità di farsi “corpo dato” sacrificandosi per far fronte alle necessità dei suoi Fratelli e del mondo. Benedetto XVI, nella sua prima canonizzazione fatta il 23 ottobre scorso, in una Piazza San Pietro gremita di fedeli, a conclusione dell’“Anno dell’Eucaristia”, ha richiamato questo stesso concetto, quando, riferendosi ai nuovi Santi, ci ha invitati a contemplare l’Eucaristia come fonte di santità e nutrimento spirituale per la nostra missione nel mondo, ad essere “pane spezzato” per gli altri, e ad impegnarci per un mondo più giusto e fraterno. Fratel Gabriele ha trasmesso alla sua Congregazione la centralità della vita eucaristica. Sarebbe troppo lungo riportare qui i numerosi riferimenti. Voglio solo richiamare due articoli, uno tratto dalle “Constitutions et Règlements del 1838” (art. XXXVII) che sottolinea un aspetto semplice, ma non banale e molto concreto: fratel Gabriele ricorda ai Fratelli sacrestani, che, anche se sono molto impegnati e di corsa non dovranno mai passare davanti al tabernacolo, presente il SS. Sacramento, senza salutarlo con un inchino profondo od una genuflessione, dicendo: “Mio Dio, io piego il ginocchio davanti a voi , perché vi riconosco mio Creatore, mio Salvatore, mio Dio.” E l’altro tratto dalla “Nuova Guida” (cap. XX –II- n. 424 e 425): “La comunione è l’atto più sublime, il più importante, ed il più santo non solo della nostra vita, ma di tutta la religione cristiana…” “…Non c’è quindi niente al mondo che i Fratelli debbano desiderare di più che avvicinarsi ad divino mistero dell’altare.” Il suo amore per l’Eucaristia si manifestò anche verso gli amici dell’Eucaristia. È sufficiente ricordare lo stretto legame di amicizia con il Santo Curato d’Ars, che passava ore in adorazione, che invitava ad inginocchiarsi davanti al SS. Sacramento dell’altare prima di prendere decisioni, importanti, e con San Pietro Giuliano Eymard, il fondatore della Società del SS. Sacramento. Nel “Manuel des Confrères de Sainte Anne”, dopo aver parlato della condizione essenziale per ricevere l’Eucaristia, aggiunge: “Un cristiano, che conosce la grandezza dell’adorabile mistero dell’Eucaristia, può forse comportarsi da indifferente o essere distratto, prima della comunione, o non avere sentimenti di tenera pietà? Un giorno, una settimana, un intero anno, la stessa vita intiera non basterebbe per prepararsi ad un azione così grande come quella di ricevere un Dio in noi… Ed aggiunge: “Il giorno prima di fare la comunione, terminando la vostra giornata, cercate di addormentarvi con questo pensiero: -Io, domani, devo ricevere il mio Dio-. Ed il giorno dopo alzandovi, meditate lo stesso pensiero… e non dimenticate mai che è il cuore che deve parlare a Dio.” Come ho accennato all’inizio, questa rapida carrellata sulla vita di fratel Gabriele ed il suo rapporto con l’Eucaristia vuole essere un invito ai Fratelli ed ai membri delle “Fraternità Nazarene”, a ripensare il proprio amore per l’Eucaristia, perché, anche sull’esempio del nostro padre Fondatore, ognuno di noi diventi sempre di più discepolo di Cristo, consapevole che la spiritualità eucaristica non è soltanto partecipazione alla Messa e devozione al Santissimo Sacramento, ma spiritualità che abbraccia la vita intera. Queste brevi riflessioni all’inizio del mese di Novembre, mese tradizionalmente dedicato ad onorare fratel Gabriele, ci portino anche ad intensificare la nostra preghiera per ottenere la sua la sua “Beatificazione”. Fraternamente in Gesù, Maria, Giuseppe, assieme a fratel Gabriele, vi saluto. Fratel Carlo Ivaldi Postulatore generale
Roma: 1 novembre 2005 – 206° anniversario della nascita di fratel Gabriele Taborin VENERABILE FRATEL GABRIELE TABORlN Ho gradito l’incarico di parlare del nostro Fondatore e Padre come un invito a nozze a dimostrazione della stima e dell’affetto che ho per Lui. In risposta anche a un Confratello che mi diceva “ Tu vuoi piu’ bene a don Bosco che al Taborin”. In realtà voglio bene a don Bosco e al nostro Taborin. Don Bosco è il santo della mia terra. Il Taborin è il santo di famiglia. Nel suo nome e nel suo carisma ho giocato la mia vita, a lui sono legato da vincoli di figliolanza spirituale e da vivo senso di riconoscenza. Mi rammarico solo di non aver a disposizione la tenace costanza di fr. Fiorenzo el’intelligenza perspicace di fr. Enzo. Ecco, piu’ che commemorazione ho preparato qualche considerazione. I santi si possono paragonare agli astri del nostro firmamento, che brillano di luce riflessa. Non si può parlare solo di luce riflessa, il discorso deve riguardare anche e soprattutto la fonte della luce. E la fonte è Cristo, il sole che emana la luce, e grazie alla quale i santi possono, risplendere. Mi ha colpito un racconta che ho letto qualche giorno fa. In Inghilterra un uomo era stato accusato di omicidio e il puritano Cromwell lo aveva condannato a morte. La moglie del condannato non si da pace, supplica Cromwell di cancellare la condanna. Cromwell è inflessibile. “Deve morire – dice.- Domani all’alba, dopo i rintocchi della campana, sarà giustiziato”. L’indomani, prima dei rintocchi, la donna si porta vicino alla campana e pone le sue mani là dove il pesante battaglio colpisce la campana. Niente rintocchi al mattino, solo gemiti di una donna che ha le mani peste e sanguinanti. Quando Cromwell vede quelle mani ferite e coperte di sangue dice alla donna:” Vedo che ami davvero tanto tuo marito. Mi hai commosso, non ucciderò tuo marito”. La fede cristiana dice che Dio ha pronta una sentenza di condanna contro l’uomo peccatore. Ma Dio deve fare i conti con suo Figlio il quale non esita di offrire il suo sangue per il riscatto. E quando il Padre vede quel sangue sulla bilancia della giustizia,si arrende. Impugna l’arma della misericordia e perdona.
Veniamo al giovane Gabriele Taborin. Burrascose circostanze sociali e politiche lo obbligano a chiudere il convitto.Si rifugia presso il conte di Champdor. Sistemazione ottimale.Che cosa sarà passato, viene da chiederci, che cosa sarà passato nella mente e nel cuore di Gabriele durante quella parentesi della sua vita? Possiamo immaginarlo. In veste di amico e confidente si avvicina il tentatore e gli bisbiglia:” Finalmente un po’ di pace, Gabriele. Eri stanco. Ne avevi bisogno. Hai trovato il posto che meriti. Sei un uomo di talento, il conte conosce il tuo “savoir faire” e apprezza l’alto livello di “bon ton”. Questa sera sarai anche tu alla serata danzante con Champagne e tante belle donne. Non perdere l’occasione. Finalmente scoprirai che cosa è la vita!” Gabriele schivo, vigile e attento passa il tempo libero a pregare. E a riflettere sul vangelo. Nelle sue lunghe ore di preghiera contempla il Cristo seduto nella gloria alla destra del Padre ma il suo sguardo non si stacca dal crocifisso, dall’uomo dei dolori che non ha piu’ sembianza di uomo rivestito solo di piaghe e di sangue. Sguardi appassionati possono portare la vita ma anche la morte. Gli sguardi appassionati di Davide inducono il re al crimine. Gli sguardi appassionati del Taborin sul Cristo che serenamente va incontro alla morte lo inducono alla donazione di se stesso, alla santità. E riflette: “……sic nos amantem, quis non redamaret?”. « Come si fa a non amare un tale amante ?». E il suo cuore arde di amore per Cristo e per i fratelli. Appena giunge notizia che la rivoluzione è rientrata, Gabriele va dal Conte e si licenzia. Il Conte prova un impulso di rabbia. “Lasci i nobili Montillet di Champdor? E hai già deciso senza farmene parola!” Nella persona del Conte prende di nuovo forma il tentatore. “La tua scelta è un cammino verso la morte. Intravedo per te uno scenario di funerale. Presto non proverai altro che dolore e rimpianto. Ti offro un’opportunità su un piatto d’argento. E osi rifiutarlo? Non ti interessa nemmeno il matrimonio con una bella ragazza con una ricca dote? Il giovane Gabriele reagisce con forza.“Ho in me tante energie e mi sento attratto verso la vita con prepotenza. Ciò che Lei chiama rinuncia è per me guadagno e ricchezza. Ciò che mi propone è solo zavorra che rallenta la corsa verso la vita. Se voltassi le spalle a Dio ben presto mi inginocchierei davanti agli idoli… che si rivelano presto esigenti, crudeli, fatali. Servire gli idoli è firmare la propria condanna e salire al patibolo con un cappio al collo. Il mio Signore mi propone la libertà e la vita”. La parentesi si chiude, Gabriele lascia la residenza del Conte . Si ritrova solo, nella strada deserta, pellegrino che ha un cammino da compiere e una meta da raggiungere. Alcuni studiosi della vita del nostro Venerabile hanno considerato questa parentesi del Taborin presso i Montillet di Champdor il sigillo della sua vocazione. La tentazione di una sistemazione felice e definitiva doveva essere forte. Non piu’ fatiche e affanni, contestazioni, resistenze e calunnie, ma esistenza agiata, serena, gaudente. La luce e il fuoco e la grazia di Cristo lo investono e lo sostengono. E Gabriele canta vittoria. Così scrive o canta:“Cerco la pace nel tempio in cui risiede il Dio fedele, mio Signore. Tu corri pure alle dimore dei grandi di questo mondo; io scelgo la pace profonda della tenda del Signore”. Consapevole che la vocazione cristiana è esigente, decide di impegnarsi a fondo. Diventa testimone.Ma il Signore bussa, urge sollecita e insiste. Gabriele deve essere anche profeta. Parlare nel nome di Dio. Tutti i suoi talenti devono essere messi in opera nella vigna del Signore. Nel paese di Jeurre, il parroco non riesce piu’ a rivolgere la parola alla gente. Un giorno riesce a gridare alla gente che gli ha già voltato le spalle “ Volevo solo presentarvi fr. Gabriele”. Gabriele parla e la gente alla fine commenta: “ Non ci hanno inviato un maestro per i nostri figli, ci hanno inviato un missionario”. Il Taborin non ha studi di specializzazione, non ha approfondito né teologia teoretica, né apologetica, e ignora le sottigliezze del Diritto Canonico ma la verità gli brucia dentro, lo zelo per la casa del Signore lo sorregge, lo rende coraggioso e audace. Ricordate Francesco d’Assisi? Dal crocifisso di S. Damiano riceve l’invito a restaurare la Chiesa. E subito il santo si veste da muratore e restaura la chiesetta. Ma ben presto si rende conto che la chiamata era diretta non alla chiesa di mattoni ma alla comunità cristiana vacillante per la guida di pastori inetti e poco responsabili. Il Taborin si adopra per il culto degli altari, l’ordine nella chiesa, ma poi si rivelano ai suoi occhi le necessità della Chiesa, quella fatta di corpi e di anime, la Chiesa che tanti colpi funesti aveva ricevuto in Francia . Accanto al primo , avremo il secondo, il grande amore che si esprime in iniziativa volte all’educazione cristiana , alla catechesi e all’evangelizzazione. Gabriele appare come maestro della Parola ma di questa Parola egli si sente discepolo prima che maestro. E’ la strategia dei santi che, docili allo Spirito, prima si lasciano forgiare e modellare secondo il vangelo e poi si adoprano per evangelizzare. Come discepolo egli pratica e testimonia, come maestro insegna: con tocco sempre intelligente ed efficace. >>>? In quale misura il Taborin è stato associato alla passione di Cristo? In altre parole, in che modo le sofferenze fisiche morali e spirituali hanno contribuito a fare proclamare eroiche le sue virtù? Sarebbe bello soffermarci ma temo di incontrare lo sguardo implorante del Fratel Provinciale che invoca pietà per i presenti. Perciò concludo. >>> Quando arrivate a Villa Brea e sterzate a destra per il posteggio auto, lasciate alla vostra sinistra un bel cedro maestoso. E’ un cedro del Libano piantato nel 1964, a cento dalla morte di fr. Gabriele. Il cedro è cresciuto, sono passati altri 40 anni. Può essere attuale una persona morta e sepolta 140 anni fa? Il Taborin è sempre piu’ attuale.Non sostengo che il Fondatore sia vivo in mezzo a noi, solo il Cristo risorto è vivente in mezzo a noi, ma è vivo il messaggio e l’insegnamento che ci ha lasciato, è vivo attraverso il suo esempio, le sue intuizioni, la sua opera. Ed è di grande attualità il suo intuito di laico che si rivolge a laici per ricordare la loro missione e coinvolgerli nell’edificazione della Chiesa. 100 anni prima del Concilio Vaticano 2°!!. Quando si diceva ai “cristifideles laici” : “ Il vostro ruolo è di stare in ginocchio per pregare e seduti per ascoltare”. Da Roma gli giunge il riconoscimento di catechista apostolico che lo radica nell’impegno di evangelizzazione. Di ragazzi, giovani e adulti. Ancora oggi non avrebbe difficoltà a far cadere la sicurezza dei giovani, a farli andare in crisi nel confronto della Parola di Dio per strapparli dalla posa del conformismo o dell’anticonformismo per buttarli nell’avventura di scelte evangeliche e profetiche. Ma è proprio come catechista ed evangelizzatore che fratel Gabriele è presente oggi al nostro pensiero perché l’evangelizzazione e la catechesi sono state l’idea forza della sua anima, la chiave di volta di tutta la sua opera. O nostro Venerabile, le tue sofferenze, le tue lacrime, le tue fatiche la tua fede, il tuo ottimismo siano compagni della nostra vita di cristiani e di educatori. Aiutaci a entrare nel convincimento che il Regno di Dio ha bisogno di noi, che Dio fa affidamento sulle risorse del nostro cuore e della nostra intelligenza e coltiva fiduciose attese del nostro ruolo di religiosi, di insegnanti ed educatori. Nella consapevolezza che le nostre parole sono leggere e lasciano scarsa impronta, mentre la nostra testimonianza della nostra vita grida, sprona e convince. Fr. Angelo Raimondo
POSTULAZIONE GENERALE Dell’ISTITUTO dei FRATELLI della SACRA FAMIGLIA Viale Aurelio Saffi 24 00152 ROMA
Carissimi Fratelli e membri delle “Fraternità Nazarene”. Per ognuno di noi il mese di novembre racchiude ricordi di famiglia tra i più cari e significativi. È sufficiente pensare al primo novembre, giorno della nascita di fratel Gabriele, ed al 24, giorno del suo ultimo sì al Padre celeste, che lo chiama a godere il premio per una vita trascorsa al suo servizio, nel compimento di un mandato, al quale ha cercato di essere fedele, nonostante le tante difficoltà incontrate. Le effemeridi del mese di novembre del 1864, ultimo mese di vita di fratel Gabriele, con la stessa semplicità dei fioretti di san Francesco, ci permettono di accompagnare, giorno dopo giorno, il nostro Fondatore fino al momento della sua sepoltura. Vi leggiamo delle preghiere che i Fratelli facevano per la sua guarigione, e della novena per chiedere la sua guarigione, che il vescovo di Belley, mons De Langalerie ha chiesto a tutte le comunità di Belley. Vi troviamo annotato inoltre la descrizione della visita che lo stesso Vescovo, ha fatto a fratel Gabriele, prima di partire per la sua visita pastorale. E con stile semplice, ci vengono descritti i gesti e le parole di fratel Gabriele quando il 18, preso da una grande spossatezza, che lo costringerà a tenere il letto sino alla morte, chiede il sacramento degli infermi, e il confessore, perché “bisogna sistemare ogni cosa, affinché tutto si possa compiere perfettamente”, e poi, il 20, la gioia per la comunione ricevuta:“Quanto sono contento adesso. Stamattina ho ricevuto il mio Dio ed ora, sebbene a letto, ho assistito alla messa. Infatti mentre tu leggevi le belle preghiere del santo sacrificio, il mio spirito era presente in chiesa e m’immaginavo di vedere il prete all’altare.” E il giorno 21, leggiamo che ha rinnovato la consacrazione alla Madonna e firmato il testamento davanti al notaio ed ai testimoni. Il 22, dopo aver ricevuto l’indulgenza “in articulo mortis”, lo sentiamo pronunciare la frase che troviamo esposta nella sua stanza: “Quante grazie Dio mi ha concesso in questa camera. Lo ringrazio di cuore.” Il 23, sentendosi più affaticato, e prevedendo la fine, il pensiero corre ai suoi religiosi, che vorrebbe vicino: “Peccato che non siano tutti qui questi buoni Fratelli, perché li possa vedere un’ultima volta e possa dare a tutti un’ultima benedizione”. E continuando con la stessa semplicità dei fioretti ci vengono poi descritti anche gli ultimi momenti, quando alle 3 e 30 del 24 novembre, esclama: “Sono alla fine”, e bacia il crocifisso. E poi la sua ultima frase: “Fratel Raimondo ha risolto in modo perfetto le cose a Chambéry, ne sono veramente soddisfatto”. Una morte che, come è stato già sottolineato da alcuni, con questa ultima frase non sembra avere nulla di mistico o di spiritualistico, ma che in realtà è il riflesso di tutta una vita trascorsa nel vivere cose semplici, attenta e preoccupata per quell’Istituto che ha sempre creduto opera di Dio, e che per difenderlo ha anche sofferto tanto. Una persona attenta e sensibile ad ogni gesto dei suoi confratelli, a quanti compiono bene il loro lavoro, nella scuola, nell’evangelizzazione, nell’amministrazione. E come ultima data il 26 novembre, giorno della sua sepoltura: ore 5,30 del mattino, le campane della cattedrale e della casa madre annunciano il servizio funebre; ore 6 e ¼, il corpo del Fondatore viene deposto nella bara; ore 7, solenne servizio funebre alla presenza di una grande folla. Da quanto riportato sopra, il mese di novembre in modo particolare, diventa per ognuno di noi non solo una memoria, ma un autentico memoriale, un esplicito invito a rendere la nostra vita di qualità, come lo è stata la sua. E per diventare di qualità la nostra vita deve poggiare su cardini sicuri, fondati su valori che portano alla realizzazione del fine affidatoci e alla soluzione dei problemi, nostri e dell’umanità. E tutto ciò mediante comportamenti concreti. Perché, non dobbiamo mai dimenticarlo, che i valori saranno anche affascinanti in se stessi, ma raramente diventano forza di attrazione se non sono incarnati in persone concrete, che ne costituiscono la realizzazione e che convincono con il potere indiscutibile di ciò che è reale, di ciò che esiste, di ciò che si può vedere, udire, toccare con mano (cf 1 Gv 1,1). È infatti questa concretezza che fa i Santi. Con un’immagine mirabile san Francesco di Sales diceva che la sola differenza che esiste tra il vangelo e la vita dei Santi è quella che c’è tra una musica scritta ed una cantata”. Di qui possiamo capire quale deve essere la funzione pedagogica del ricordo del nostro Fondatore: egli è la prova vivente che il vangelo è praticabile nel quotidiano di una vita che non ha nulla di eccezionale, come lo è quella della maggior parte di noi. E per questo la vita di fratel Gabriele diventa stimolo all’imitazione, e cosa non trascurabile, circonda con la sua compagnia la nostra solitudine, dando sostegno con la sua vicinanza alla nostra debolezza. Stimolo e sostegno: due parole semplici sulla strada della nostra ferialità, che condensano il senso del suo ricordo. A conclusione di questa presentazione, propongo pertanto la riflessione su un passaggio del suo testamento spirituale, tracciato qualche mese prima di morire, e precisamente il 23 agosto del 1864, che, anche se più specificatamente adatto ai Fratelli, può dire molte cose anche ai membri della Fraternità Nazarena. “Raccomando a tutti i Fratelli, per l’amore e l’interessamento che ho sempre portato ad ognuno di loro, di amarsi gli uni gli altri,…di edificarsi a vicenda. Desidero… che si mantengano nell’umiltà e nello stato di grazia, e che siano uomini di preghiera. Raccomando loro di prediligere la purezza, l’obbedienza e la santa povertà…, di essere pazienti nelle difficoltà della vita e di accettarle con rassegnazione, all’esempio del nostro divino Salvatore. Li esorto ad amare i bambini in Dio e per Dio, ad istruirli con santo entusiasmo e zelo, ma soprattutto a formarli ai santi principi della nostra bella e santa religione, a portarli ad amare la virtù e ad essere, per loro, costantemente di esempio. Infine raccomando loro di essere il sostegno fedele e costante della Congregazione, di realizzarne lo scopo con pietà e zelo, di onorarla con la loro buona condotta e di portare ovunque il buon odore di Gesù Cristo.” (Testamento spirituale -parte III) In queste poche righe possiamo trovare quei pilastri che rendono la nostra vita di qualità. Richiami concreti che invadono la nostra quotidianità. Fratel Gabriele ci richiama le nostre relazioni interpersonali, un invito a ristabilire continuamente il patto di convivenza e di solidarietà. È importante la “teologia della compagnia”, non si vive da soli e anche per piangere abbiamo bisogno di appoggiarci ad una spalla. Senza apertura all’altro non c’è futuro. Guai alle porte chiuse, guai a ripiegare la nostra attenzione solo su noi stessi… Umiltà, stato di grazia, preghiera… Ci richiama di riflettere il nostro volto nei consigli evangelici, nel loro aspetto umanamente maturante. I voti vissuti con totalità facilitano il raggiungimento della pienezza in Cristo, quella pienezza che Paolo definisce “uomo perfetto”. Chi resta ingessato in una “forma” di vita consacrata dissolve la forza profetica della sua consacrazione, rendendola insignificante (cf.Ap. 3,14-18). E caderne vittima è più facile di quanto non si creda; ciò avviene quando la nostra relazione con Cristo si riduce a valore teorico, svuotata dell’ascesi che l’attualizza nell’esperienza della vita. Disincagliarsi dal formalismo religioso è una grazia ed un dovere per ogni consacrato. La verifica della vivacità della sequela nei consigli evangelici avviene in quella capacità umana verso tutti che Gesù ha espresso nella sua missione, e che fratel Gabriele ci ha testimoniato. Paolo VI parlando dei puri di cuore diceva: “Nulla rende più opaco lo sguardo sulle cose spirituali e divine che l’impurità dei pensieri, dei sensi, del corpo (1Cor 2,14) nulla meglio predispone la nostra anima all’affezione, alla comprensione, alla contemplazione dei religiosi, che la purezza. Siamo chiamati ad essere portatori di senso, uomini e donne di preghiera, pazienti nelle difficoltà della vita, capaci di accettarle con rassegnazione, all’esempio del nostro divino Salvatore. Ed infine non può mancare il richiamo al lavoro di tanti suoi confratelli, quello di essere maestri della crescita integrale, per formare “ cittadini rispettosi e buoni cristiani”; e quello di essere scopritori dei talenti, per rendere i giovani capaci di sapere cosa fare nella vita. In questo mese di novembre, come ho detto, così significativo e caro per ognuno di noi, proprio perché il nostro ricordo di fratel Gabriele non si riduca ad un “sentimentalismo”, chiediamoci chi è veramente fratel Gabriele per noi, e come praticamente lo dimostriamo? E visto che sono i comportamenti concreti, incarnati, che hanno forza di attrazione, chiediamoci, per esempio, come viviamo mensilmente la nostra novena mensile? Nel caso poi la risposta non fosse del tutto soddisfacente, vediamo cosa possiamo fare. La Santa Famiglia di Gesù, Maria e Giuseppe ci aiuti nella nostra riflessione e fratel Gabriele ci accompagni nella nostra quotidianità. Fraternamente in Gesù, Maria, Giuseppe Fratel Carlo Ivaldi Postulatore generale. ROMA: 1° - novembre - 2004 | |